Libro Verde del Ministero del Lavoro, Salute e Politiche Sociali

La vita buona nella società attiva

Con il libro verde prodotto dal ministero del Lavoro, Salute e Politiche sociali, il ministro Maurizio Sacconi avvia un dibattito pubblico sul futuro del sistema del welfare in Italia, nella speranza di pervenire a soluzioni il più possibile condivise dagli attori istituzionali, politici e sociali.

Affinché il dibattito possa dispiegarsi nel confronto più aperto possibile, sarà aperta una consultazione pubblica per un periodo di tre mesi, fino al 25 ottobre, attraverso la casella di posta elettronica libroverde@lavoro.gov.it.

Gardacuore onlus ha avviato una consultazione per fornire le proprie osservazioni entro il termine del 25 ottobre 2008. Coloro che volessero fornire il proprio contributo sono invitati ad inviare un messaggio a Gardacuore Onlus

Consulta il Libro Verde del Ministero del Lavoro, Salute e Politiche Sociali

LIBRO VERDE - OSSERVAZIONI DI GARDACUORE ONLUS

Gardacuore Onlus www.gardacuore.org ha valutato il contenuto de La Vita Buona nella Società Attiva - Libro Verde sul futuro del modello sociale ed in rapporto alla propria missione di promozione della ricerca e di divulgazione della informazione scientifica con il fine di promozione della salute umana fornisce al Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali le seguenti osservazioni relative a ricerca biomedica e prevenzione.

La Ricerca Biomedica

Gardacuore ritiene che i processi alla base della creazione e della diffusione della conoscenza scientifica e la loro relazione con l'innovazione e con lo sviluppo debbano essere al centro del dibattito politico ed istituzionale. L' intensità di ricerca scientifica ed il tasso di innovazione tecnologica rappresentano i fattori primari per lo sviluppo di una economia basata sulla conoscenza.

I risultati delle analisi finora condotte indicano che il livello di intensità di ricerca scientifica in Italia sono quantitativamente e qualitativamente distanti dai livelli necessari per consentire lo sviluppo di una economia basata sulla conoscenza. A livello quantitativo infatti i valori di intensità di ricerca scientifica in Italia sono tra i più bassi in Europa, mentre a livello qualitativo la quota di ricerca scientifica condotta dalle imprese risulta inferiore significativamente rispetto alla media europea ed ampiamente rispetto agli obiettivi dei 2/3 degli investimenti complessivi per ricerca scientifica indicati dalla UE. Infine, la ricerca scientifica condotta dalle università e dagli enti pubblici non risulta in grado di produrre una conoscenza applicata dalle imprese per lo sviluppo della innovazione tecnologica, come indica il rapporto tra indicatore sintetico di output e intensità di ricerca scientifica. Infine l'efficienza del governo, intesa come misura in cui le politiche del governo sono in grado di creare innovazione, risulta ultima tra i paesi europei ed agli ultimi posti assoluti tra le prime 60 economie del mondo.

Con queste condizioni di intensità di ricerca scientifica e di efficienza di governo, il nostro paese difficilmente appare in grado di sviluppare una economia basata sulla conoscenza e si presenta assai debole alla sfida della economia della conoscenza. Questo comporterà un decadimento del livello socio-economico medio della popolazione, con una riduzione del livello complessivo delle risorse disponibili ed una probabile conseguente disparità nella loro distribuzione ed utilizzo, che avrà principale impatto negativo sul sistema che deve garantire il benessere e la salute del cittadino. Assisteremo ad un ulteriore affermarsi delle cosiddette nuove povertà dovute ai mutamenti della divisione internazionale del lavoro, all'invecchiamento non assistito della popolazione che produce fragilità e solitudine, alla difficoltà progressiva dei giovani all'accesso ad una istruzione qualificata e ad un mercato del lavoro che valorizzi le nuove professionalità necessarie alla crescita di una moderna economia basata sulla conoscenza.

Per recuperare questa situazione di assoluto svantaggio sono necessarie iniziative volte a colmare il differenziale oggi esistente nella intensità di ricerca scientifica, nella efficienza del sistema amministrativo e soprattutto nella formazione.
Centrare lo sviluppo sulla conoscenza significa presidiare la propagazione della conoscenza, rigenerare i fattori ma mano che si esauriscono ed infine condividere le conoscenze e i loro presupposti: la visione strategica, i progetti in cui impiegarla, le regole del lavorare a rete.

Il punto da cui partire sta nella consapevolezza dell'importanza del sapere diffuso nelle conoscenze culturali e tecnico scientifiche e nella diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione.

La conoscenza ha tre qualità fondamentali, che la distinguono come risorsa da tutte le altre : si propaga, superando i confini del controllo proprietario; perde valore nel corso del tempo e necessita quindi di essere continuamente rigenerata; può essere condivisa, perché i suoi utilizzi non sono "rivali" (cedere una conoscenza ad altri non impedisce al generatore della stessa di continuare ad utilizzarla). Si tratta di proprietà rilevanti, che gli altri fattori (come capitale e lavoro) non hanno. Fino a quando si pensa ad un modello di sviluppo centrato su capannoni, macchine e occupati, è impossibile immaginare che lo sviluppo possa essere propagato, rigenerato e condiviso. Le proprietà della conoscenza restano invisibili, anche se la conoscenza è "incorporata" nelle macchine e nella professionalità degli uomini.
Queste qualità diventano invece visibili e importanti se si considera lo sviluppo come fatto di conoscenze che si mettono al valore, che diventano economia.

Il sistema pubblico, inteso come servizi della pubblica amministrazione e il sistema della imprese sono direttamente coinvolti in questo processo, che deve essere sostenuto in primo luogo da una forte consapevolezza dell'importanza di questa opportunità. Il futuro sarà sempre più segnato dalla produzione, accumulazione, circolazione, valorizzazione della conoscenza. Ogni processo produttivo - nell'agricoltura, industria, turismo, tutela del territorio, welfare, amministrazione - deve essere considerato come processo di produzione e circolazione di conoscenza. Nella nuova frontiera dell'economia della conoscenza non esistono pregiudiziali su settori merceologici vincenti o perdenti, ma ciò che conterà sarà sempre più la capacità di utilizzare le proprie basi di conoscenza, in genere costruite su un ambito locale caratteristico, per creare competenze distintive in grado di entrare nelle reti di formazione della conoscenza globale e della formazione globale del valore.

Da qui discende la necessità di una grande attenzione ai processi formativi complessi, ma anche una grande attenzione ai risvolti cognitivi delle attività caratteristiche, indipendentemente dal settore merceologico e dal processo tecnico che le attiva. A ciò si aggiunga la necessità e la effettiva possibilità di attrarre nel nostro paese capitali esterni ad alto contenuto cognitivo.

L'Italia detiene un considerevole patrimonio nel settore della conoscenza definito "conoscenza tacita". Si tratta del patrimonio cognitivo che si forma nell'esperienza lavorativa ed è detenuto dalle singole persone: artigiani, piccoli imprenditori, operai specializzati, insegnanti, amministratori. Questa conoscenza ha anche un aspetto collettivo, in quanto in genere si produce a contatto con ambienti locali ricchi di relazioni e di codici comunicativi specifici.

Al contrario, in Italia è generalmente carente un altro tipo di conoscenza, la conoscenza codificata astrattamente, cioè la conoscenza formalizzata. Si tratta di quel tipo di conoscenza tecnico-scientifica o anche umanistica, che proprio in virtù della sua formalizzazione è indipendente dal luogo e dall'esperienza diretta e quindi può circolare a livello mondiale o essere attinta dal livello mondiale. La globalizzazazione non cancella le conoscenze locali tacite, ma necessariamente esalta le conoscenze formalizzate. Per usare i nuovi mezzi tecnologici di comunicazione (che fanno ormai parte integrante del vantaggio competitivo di ogni situazione locale) è necessario apprendere conoscenza formalizzata, allo scopo di veicolare i propri saperi "locali" distintivi e di farli evolvere a contatto con saperi locali esterni.

Non si tratta solo di favorire la alfabetizzazione tecnologica, quanto di mettere in grado gli attori locali di apprendere e comunicare nel sistema globale tecniche produttive, tecniche commerciali, schemi organizzativi, opportunità di partnership che in esso circolano.
Se sono corrette le considerazioni relative alla nuova frontiera dell'economia basata sulla conoscenza e al ruolo, in particolare, della conoscenza formalizzata, in futuro il livello di istruzione dovrebbe svolgere un ruolo ben più propulsivo che nel passato.

Allargando l'orizzonte si tratta dunque di aprire un nuovo corso che abbia al centro i processi di formazione di conoscenza. E' pertanto necessario promuovere la formazione di una rete di saperi che colleghi i patrimoni cognitivi locali all'economia della conoscenza globale, agendo a due livelli: (a) un livello di progettazione mirata alla qualificazione dei programmi relativi a ciascuno dei singoli attori, formazione professionale, istruzione scolastica, istruzione universitaria e ricerca e (b) un livello di interazione fra gli enti deputati all'istruzione formale e le realtà produttive e sociali locali, anche in vista della formazione di nuova imprenditoria.

Oltre alla formazione, vi è necessità di agire sul fronte degli investimenti nella ricerca scientifica. Nel contesto europeo la criticità degli investimenti in ricerca scientifica italiani è evidenziata dalla distanza fra il livello degli indicatori nazionali e quello fissato come obiettivo dal Consiglio europeo di Lisbona nel 2000 e successivamente ribadito dallo stesso consiglio a Barcellona, ovvero un rapporto tra spesa per ricerca scientifica e Pil pari al 3 %. Secondo le indicazioni del Consiglio europeo, entro il 2010 il contributo delle imprese alla spesa nazionale per ricerca dovrebbe raggiungere la soglia dei due terzi della spesa totale per ricerca. I dati disponibili relativi al 2005 indicano che per l'Italia questo obiettivo è ancora molto lontano. In alcuni paesi dell'UE25 la percentuale di spesa privata per ricerca scientifica supera il 70 % (Svezia, Belgio, Danimarca e Finlandia).

Per invertire la tendenza attuale, le politiche del nostro paese dovrebbero procedere con un'analisi approfondita delle cause del divario degli investimenti e tener conto delle diversità esistenti tra strutture e settori industriali con i paesi maggiormente avanzati. L'industria degli Stati Uniti e dei maggiori paesi europei è molto più specializzata nell'alta tecnologia e nei settori ad alta intensità di ricerca rispetto a quella italiana e ciò spiega in parte il divario. Buona parte delle diversità del nostro paese è conseguenza di diversi investimenti nel settore delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, anche se questi effetti di investimenti strutturali diversi non possono spiegare interamente il divario. In gran parte dei settori, compresi l'industria di prodotti a bassa e media intensità tecnologica ed il settore dei servizi, le imprese italiane investono di meno, in proporzione alle vendite, rispetto alle imprese omologhe dei paesi europei più avanzati ed americane. Ciò significa che le nostre imprese tendono a specializzarsi in prodotti e servizi a minor intensità tecnologica e ad utilizzare conoscenza obsolete e rischiano così di perdere competitività rispetto alle rivali più innovative, anche nei settori non altamente tecnologici che rappresentano il nucleo dell'economia dell'Unione europea .

L'Italia deve pertanto incentivare il passaggio a settori ad alta intensità di R&S che hanno grosse potenzialità di crescita e, fattore forse ancora più importante, deve incentivare un maggiore impegno di R&S in tutti i settori. Le imprese tuttavia potranno investire maggiormente in attività di R&S se potranno sfruttarne i risultati in maniera efficace e prevedere di ottenerne ricavi sufficienti a compensare i rischi inerenti in tali attività. Maggiori investimenti in questo campo richiedono però condizioni generali più favorevoli: le imprese devono infatti avere accesso a sufficienti risorse umane di qualità e ad una forte base di ricerca pubblica. A ciò si aggiungono altre condizioni essenziali quali la cultura imprenditoriale, adeguati sistemi di protezione dei diritti di proprietà intellettuale, un ambiente competitivo con regolamentazioni e norme in materia di concorrenza favorevoli alla Ricerca e all'Innovazione, il sostegno dei mercati finanziari, una fiscalità favorevole e una stabilità a livello macroeconomico.

L'eccellenza e la scala della base scientifica italiana sono elementi cruciali della dinamica dell'economia basata sulla conoscenza. I poli di eccellenza scientifica che si costituiscono attorno ad istituti di ricerca pubblici tendono ad avere un potente effetto propulsore sugli investimenti in R&S effettuati dalle imprese di qualsiasi settore situate nella zona, anche quelle che altrimenti non investirebbero nella R&S. Questa situazione evidenzia il problema dell'efficacia delle attività di R&S pubbliche nel garantire una solida base scientifica per le imprese.

Identificare le condizioni che ostacolano lo sviluppo di una economia basata sulla conoscenza in Italia, colmare il differenziale con i paesi europei più avanzati intervenendo su investimenti in ricerca scientifica, formazione ed efficienza della pubblica amministrazioni attraverso adeguate politiche di promozione della innovazione rappresenta l'obiettivo primario per assicurare alle nuove generazioni del nostro paese "una crescita economica sostenibile, nuovi e migliori posti di lavoro ed una maggiore coesione sociale". A questo obiettivo è chiamato ad impegnarsi il sistema paese nei prossimi 5 anni.

Prevenzione

Il documento La Vita Buona nella Società Attiva - Libro Verde sul futuro del modello sociale è assolutamente carente per quanto riguarda il ruolo della prevenzione, sia attraverso iniziative di intervento su stili di vita e comportamenti della popolazione che di iniziative di prevenzione attraverso politiche vaccinali appropriate. L'Italia è tra gli ultimi paesi per investimenti nella prevenzione e la soluzione di questo carenza deve trovare nel futuro del modello sociale interventi adeguati.

Gardacuore Onlus
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aggiornamento di domenica 26 ottobre 2008
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