Libro Verde del Ministero del Lavoro, Salute e Politiche Sociali
La vita buona nella società attiva
Con il libro verde prodotto dal ministero del Lavoro, Salute e Politiche sociali, il ministro Maurizio Sacconi avvia un dibattito pubblico sul futuro del sistema del welfare in Italia, nella speranza di pervenire a soluzioni il più possibile condivise dagli attori istituzionali, politici e sociali.Consulta il Libro Verde del Ministero del Lavoro, Salute e Politiche Sociali
LIBRO VERDE - OSSERVAZIONI DI GARDACUORE ONLUS
Gardacuore Onlus www.gardacuore.org ha valutato il contenuto de
La Vita Buona nella Società Attiva - Libro Verde sul futuro del modello sociale
ed in rapporto alla propria missione di promozione della ricerca e di
divulgazione della informazione scientifica con il fine di promozione della
salute umana fornisce al Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche
Sociali le seguenti osservazioni relative a ricerca biomedica e prevenzione.
La Ricerca Biomedica
Gardacuore ritiene che i processi alla base della creazione e della diffusione
della conoscenza scientifica e la loro relazione con l'innovazione e con lo
sviluppo debbano essere al centro del dibattito politico ed istituzionale. L'
intensità di ricerca scientifica ed il tasso di innovazione tecnologica
rappresentano i fattori primari per lo sviluppo di una economia basata sulla
conoscenza.
I risultati delle analisi finora condotte indicano che il livello di intensità
di ricerca scientifica in Italia sono quantitativamente e qualitativamente
distanti dai livelli necessari per consentire lo sviluppo di una economia basata
sulla conoscenza. A livello quantitativo infatti i valori di intensità di
ricerca scientifica in Italia sono tra i più bassi in Europa, mentre a livello
qualitativo la quota di ricerca scientifica condotta dalle imprese risulta
inferiore significativamente rispetto alla media europea ed ampiamente rispetto
agli obiettivi dei 2/3 degli investimenti complessivi per ricerca scientifica
indicati dalla UE. Infine, la ricerca scientifica condotta dalle università e
dagli enti pubblici non risulta in grado di produrre una conoscenza applicata
dalle imprese per lo sviluppo della innovazione tecnologica, come indica il
rapporto tra indicatore sintetico di output e intensità di ricerca scientifica.
Infine l'efficienza del governo, intesa come misura in cui le politiche del
governo sono in grado di creare innovazione, risulta ultima tra i paesi europei
ed agli ultimi posti assoluti tra le prime 60 economie del mondo.
Con queste condizioni di intensità di ricerca scientifica e di efficienza di
governo, il nostro paese difficilmente appare in grado di sviluppare una
economia basata sulla conoscenza e si presenta assai debole alla sfida della
economia della conoscenza. Questo comporterà un decadimento del livello
socio-economico medio della popolazione, con una riduzione del livello
complessivo delle risorse disponibili ed una probabile conseguente disparità
nella loro distribuzione ed utilizzo, che avrà principale impatto negativo sul
sistema che deve garantire il benessere e la salute del cittadino. Assisteremo
ad un ulteriore affermarsi delle cosiddette nuove povertà dovute ai mutamenti
della divisione internazionale del lavoro, all'invecchiamento non assistito
della popolazione che produce fragilità e solitudine, alla difficoltà
progressiva dei giovani all'accesso ad una istruzione qualificata e ad un
mercato del lavoro che valorizzi le nuove professionalità necessarie alla
crescita di una moderna economia basata sulla conoscenza.
Per recuperare questa situazione di assoluto svantaggio sono necessarie
iniziative volte a colmare il differenziale oggi esistente nella intensità di
ricerca scientifica, nella efficienza del sistema amministrativo e soprattutto
nella formazione.
Centrare lo sviluppo sulla conoscenza significa presidiare la propagazione della
conoscenza, rigenerare i fattori ma mano che si esauriscono ed infine
condividere le conoscenze e i loro presupposti: la visione strategica, i
progetti in cui impiegarla, le regole del lavorare a rete.
Il punto da cui partire sta nella consapevolezza dell'importanza del sapere
diffuso nelle conoscenze culturali e tecnico scientifiche e nella diffusione
delle nuove tecnologie della comunicazione.
La conoscenza ha tre qualità fondamentali, che la distinguono come risorsa da
tutte le altre : si propaga, superando i confini del controllo proprietario;
perde valore nel corso del tempo e necessita quindi di essere continuamente
rigenerata; può essere condivisa, perché i suoi utilizzi non sono "rivali"
(cedere una conoscenza ad altri non impedisce al generatore della stessa di
continuare ad utilizzarla). Si tratta di proprietà rilevanti, che gli altri
fattori (come capitale e lavoro) non hanno. Fino a quando si pensa ad un modello
di sviluppo centrato su capannoni, macchine e occupati, è impossibile immaginare
che lo sviluppo possa essere propagato, rigenerato e condiviso. Le proprietà
della conoscenza restano invisibili, anche se la conoscenza è "incorporata"
nelle macchine e nella professionalità degli uomini.
Queste qualità diventano invece visibili e importanti se si considera lo
sviluppo come fatto di conoscenze che si mettono al valore, che diventano
economia.
Il sistema pubblico, inteso come servizi della pubblica amministrazione e il
sistema della imprese sono direttamente coinvolti in questo processo, che deve
essere sostenuto in primo luogo da una forte consapevolezza dell'importanza di
questa opportunità. Il futuro sarà sempre più segnato dalla produzione,
accumulazione, circolazione, valorizzazione della conoscenza. Ogni processo
produttivo - nell'agricoltura, industria, turismo, tutela del territorio,
welfare, amministrazione - deve essere considerato come processo di produzione e
circolazione di conoscenza. Nella nuova frontiera dell'economia della conoscenza
non esistono pregiudiziali su settori merceologici vincenti o perdenti, ma ciò
che conterà sarà sempre più la capacità di utilizzare le proprie basi di
conoscenza, in genere costruite su un ambito locale caratteristico, per creare
competenze distintive in grado di entrare nelle reti di formazione della
conoscenza globale e della formazione globale del valore.
Da qui discende la necessità di una grande attenzione ai processi formativi
complessi, ma anche una grande attenzione ai risvolti cognitivi delle attività
caratteristiche, indipendentemente dal settore merceologico e dal processo
tecnico che le attiva. A ciò si aggiunga la necessità e la effettiva possibilità
di attrarre nel nostro paese capitali esterni ad alto contenuto cognitivo.
L'Italia detiene un considerevole patrimonio nel settore della conoscenza
definito "conoscenza tacita". Si tratta del patrimonio cognitivo che si forma
nell'esperienza lavorativa ed è detenuto dalle singole persone: artigiani,
piccoli imprenditori, operai specializzati, insegnanti, amministratori. Questa
conoscenza ha anche un aspetto collettivo, in quanto in genere si produce a
contatto con ambienti locali ricchi di relazioni e di codici comunicativi
specifici.
Al contrario, in Italia è generalmente carente un altro tipo di conoscenza, la
conoscenza codificata astrattamente, cioè la conoscenza formalizzata. Si tratta
di quel tipo di conoscenza tecnico-scientifica o anche umanistica, che proprio
in virtù della sua formalizzazione è indipendente dal luogo e dall'esperienza
diretta e quindi può circolare a livello mondiale o essere attinta dal livello
mondiale. La globalizzazazione non cancella le conoscenze locali tacite, ma
necessariamente esalta le conoscenze formalizzate. Per usare i nuovi mezzi
tecnologici di comunicazione (che fanno ormai parte integrante del vantaggio
competitivo di ogni situazione locale) è necessario apprendere conoscenza
formalizzata, allo scopo di veicolare i propri saperi "locali" distintivi e di
farli evolvere a contatto con saperi locali esterni.
Non si tratta solo di favorire la alfabetizzazione tecnologica, quanto di
mettere in grado gli attori locali di apprendere e comunicare nel sistema
globale tecniche produttive, tecniche commerciali, schemi organizzativi,
opportunità di partnership che in esso circolano.
Se sono corrette le considerazioni relative alla nuova frontiera dell'economia
basata sulla conoscenza e al ruolo, in particolare, della conoscenza
formalizzata, in futuro il livello di istruzione dovrebbe svolgere un ruolo ben
più propulsivo che nel passato.
Allargando l'orizzonte si tratta dunque di aprire un nuovo corso che abbia al
centro i processi di formazione di conoscenza. E' pertanto necessario promuovere
la formazione di una rete di saperi che colleghi i patrimoni cognitivi locali
all'economia della conoscenza globale, agendo a due livelli: (a) un livello di
progettazione mirata alla qualificazione dei programmi relativi a ciascuno dei
singoli attori, formazione professionale, istruzione scolastica, istruzione
universitaria e ricerca e (b) un livello di interazione fra gli enti deputati
all'istruzione formale e le realtà produttive e sociali locali, anche in vista
della formazione di nuova imprenditoria.
Oltre alla formazione, vi è necessità di agire sul fronte degli investimenti
nella ricerca scientifica. Nel contesto europeo la criticità degli investimenti
in ricerca scientifica italiani è evidenziata dalla distanza fra il livello
degli indicatori nazionali e quello fissato come obiettivo dal Consiglio europeo
di Lisbona nel 2000 e successivamente ribadito dallo stesso consiglio a
Barcellona, ovvero un rapporto tra spesa per ricerca scientifica e Pil pari al 3
%. Secondo le indicazioni del Consiglio europeo, entro il 2010 il contributo
delle imprese alla spesa nazionale per ricerca dovrebbe raggiungere la soglia
dei due terzi della spesa totale per ricerca. I dati disponibili relativi al
2005 indicano che per l'Italia questo obiettivo è ancora molto lontano. In
alcuni paesi dell'UE25 la percentuale di spesa privata per ricerca scientifica
supera il 70 % (Svezia, Belgio, Danimarca e Finlandia).
Per invertire la tendenza attuale, le politiche del nostro paese dovrebbero
procedere con un'analisi approfondita delle cause del divario degli investimenti
e tener conto delle diversità esistenti tra strutture e settori industriali con
i paesi maggiormente avanzati. L'industria degli Stati Uniti e dei maggiori
paesi europei è molto più specializzata nell'alta tecnologia e nei settori ad
alta intensità di ricerca rispetto a quella italiana e ciò spiega in parte il
divario. Buona parte delle diversità del nostro paese è conseguenza di diversi
investimenti nel settore delle tecnologie dell'informazione e della
comunicazione, anche se questi effetti di investimenti strutturali diversi non
possono spiegare interamente il divario. In gran parte dei settori, compresi
l'industria di prodotti a bassa e media intensità tecnologica ed il settore dei
servizi, le imprese italiane investono di meno, in proporzione alle vendite,
rispetto alle imprese omologhe dei paesi europei più avanzati ed americane. Ciò
significa che le nostre imprese tendono a specializzarsi in prodotti e servizi a
minor intensità tecnologica e ad utilizzare conoscenza obsolete e rischiano così
di perdere competitività rispetto alle rivali più innovative, anche nei settori
non altamente tecnologici che rappresentano il nucleo dell'economia dell'Unione
europea .
L'Italia deve pertanto incentivare il passaggio a settori ad alta intensità di
R&S che hanno grosse potenzialità di crescita e, fattore forse ancora più
importante, deve incentivare un maggiore impegno di R&S in tutti i settori. Le
imprese tuttavia potranno investire maggiormente in attività di R&S se potranno
sfruttarne i risultati in maniera efficace e prevedere di ottenerne ricavi
sufficienti a compensare i rischi inerenti in tali attività. Maggiori
investimenti in questo campo richiedono però condizioni generali più favorevoli:
le imprese devono infatti avere accesso a sufficienti risorse umane di qualità e
ad una forte base di ricerca pubblica. A ciò si aggiungono altre condizioni
essenziali quali la cultura imprenditoriale, adeguati sistemi di protezione dei
diritti di proprietà intellettuale, un ambiente competitivo con regolamentazioni
e norme in materia di concorrenza favorevoli alla Ricerca e all'Innovazione, il
sostegno dei mercati finanziari, una fiscalità favorevole e una stabilità a
livello macroeconomico.
L'eccellenza e la scala della base scientifica italiana sono elementi cruciali
della dinamica dell'economia basata sulla conoscenza. I poli di eccellenza
scientifica che si costituiscono attorno ad istituti di ricerca pubblici tendono
ad avere un potente effetto propulsore sugli investimenti in R&S effettuati
dalle imprese di qualsiasi settore situate nella zona, anche quelle che
altrimenti non investirebbero nella R&S. Questa situazione evidenzia il problema
dell'efficacia delle attività di R&S pubbliche nel garantire una solida base
scientifica per le imprese.
Identificare le condizioni che ostacolano lo sviluppo di una economia basata
sulla conoscenza in Italia, colmare il differenziale con i paesi europei più
avanzati intervenendo su investimenti in ricerca scientifica, formazione ed
efficienza della pubblica amministrazioni attraverso adeguate politiche di
promozione della innovazione rappresenta l'obiettivo primario per assicurare
alle nuove generazioni del nostro paese "una crescita economica sostenibile,
nuovi e migliori posti di lavoro ed una maggiore coesione sociale". A questo
obiettivo è chiamato ad impegnarsi il sistema paese nei prossimi 5 anni.
Prevenzione
Il documento La Vita Buona nella Società Attiva - Libro Verde sul futuro del
modello sociale è assolutamente carente per quanto riguarda il ruolo della
prevenzione, sia attraverso iniziative di intervento su stili di vita e
comportamenti della popolazione che di iniziative di prevenzione attraverso
politiche vaccinali appropriate. L'Italia è tra gli ultimi paesi per
investimenti nella prevenzione e la soluzione di questo carenza deve trovare nel
futuro del modello sociale interventi adeguati.
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